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PESCATORI D'ALTRI TEMPI - Due chiacchiere con Filippo

Jan 6

Written by:
1/6/2013 9:11 PM  RssIcon




Ci sono notti di mare calmo in cui mentre peschi nell’oscurità e stai con la testa sotto il pelo dell’acqua e l’orecchio teso a “scorgere” qualche bollata all’improvviso ti accorgi di appartenere quel mondo di confine tra acqua e terra, di essere finalmente lontano dalle parole “umane” e che sei solo soltanto se smetti di sentirti parte di quello che ti circonda. Sono quelle notti in cui scendi solo con la canna e un pugno di pescetti in tasca, in cui ogni peso e accessorio in più ti allontanerebbe da tutto il resto, da tutto ciò che conta. Sono quelle notti in cui vado a pesca rigorosamente da solo. Ci sono notti di mare calmo in cui tra le luci della costa vedi scivolare  perfetta e silenziosa una lancia tradizionale a remi. Remi che vogano senza staccarsi dal pelo d’acqua per non disturbare i pesci, una lampara a prora e un uomo in piedi con in mano il “lanzaturo”…una lunga asta di legno con un arpione finale... questi uomini stanno scomparendo, vivevano della ricchezza del sottoriva sempre più avaro di tutto ciò che spesso non riesce a giungere alla costa…

Uno di questi uomini è una leggenda, si chiama Filippo, i sui tratti sono quelli di un pescatore come ve lo siete sempre immaginato, le sue parole suonano con toni dialettali musicali tipici della zona flegrea; la sua conoscenza profonda fa ormai parte del suo essere. Ho avuto la fortuna e l’onore di scambiarci due chiacchiere. Lui che conosce ogni abitudine della spigola, del suo habitat, dei suoi momenti, dei suoi luoghi, dei suoi comportamenti. È un pozzo di saggezza marinaresca, con la semplicità e la modestia di quelle cose che sono vere e basta, anzi che sono e basta. Parlare con Filippo…è come aprire un libro e guardare dal mare quello che scrutiamo da riva. Se parlassimo più spesso con Filippo, con la gente di mare, se dopo o prima di andare a pesca imparassimo ad amare il frequentare questi mondi e questa gente, la pesca, la nostra pesca sarebbe qualcosa di automaticamente naturale, privo di orpelli mentali, di accessori e accessorini inutili, il più semplice possibile, il che non significa non attuale o non tecnologicamente evoluta (anzi), e forse riusciremo a focalizzare i nostri gesti su altre questioni, su i luoghi, sul comportamento, sull’approccio e cominceremmo a incollare i siliconi..., a credere nel filo…a immaginarci diversi, meno pescatori e più marinai. Quello che stupisce osservando noi e loro è una gioia composta verso la cattura. Per noi diventa spesso ansia e misura della nostra abilità, per loro è appartenenza, è gesto, è rispetto….parlo di Filippo.

Ah dimenticavo: filippo usa il verbo “lanzare”…”aggio Lanzato ‘na Spinnola” (ho arpionato una spigola)…in italiano non si può dire “ho lanciato una spigola”…ma in quella parola “lanzaturo”, in quel verbo “lanzare”…c’è tutta la fulmineità del gesto…sono cose che succedono nella magia del dialetto antico. Anche quello sta scomparendo…

Vi anticipo una bella intervista che farò a Filippo che ci racconterà questa tecnica e tante storie.. , l’unico pescatore campano moderno che io conosca che vanta una conoscenza praticata di questa cultura.

Intanto vi lascio un piccolo glossario sulle varie tecniche di pesca, non possiamo permetterci di andare a pesca ignorando i nostri predecessori.

  • Sciabica
    Grande rete a circuizione, calata da un gozzo al largo e posizionata a semicerchio. La rete è costituita da maglie larghe sui fianchi e piccole al sacco. Viene lentamente salpata su un litorale sabbioso grazie al lavoro di due squadre di pescatori che tirano in fila le due lunghissime corde laterali. E' una pesca povera e non necessita di particolari abilità, da ciò infatti l'espressione: - "Ma va a tirà a sciaveca", rivolta ai fannulloni o agli scocciatori. Oggi non viene più praticata.
  • Sciavechiello
    La tipologia della rete è come quella usata nella pesca con la sciabica, ma di dimensioni inferiori e può essere usata da terra. Normalmente si effettua dalla barca, ben ancorata e legata. Si cala la rete e si salpa dalla parte opposta all'ancoraggio. Oggi è usata come pesca sportiva.
  • Giacchio
    E' la tipologia di pesca più antica. Nei Campi Flegrei, il giacchio, e stato usato alla foce dei canali o degli emissari dei laghi dove l'acqua dolce a contatto col mare attira il pesce. Il pescatore, con i piedi in acqua o lungo la riva, lancia con forza una rete circolare piombata che tiene appoggiata per metà sulla spalla e per metà sul braccio opposto a quello del lancio. La tradizione la vuole usata dagli anziani.
  • La tonnara 
    La tonnara non è mai esistita nei Campi Flegrei, la sua presenza è ricordata invece a Procida, Ischia e Napoli. In queste località è caduta in disuso a causa del cambio del "passo" del tonno che, movendosi in branco verso Sud, si è tenuto al largo di Capri, essendo diminuito il pesce azzurro, suo pasto, lungo la costa.
  • Vangamella
    Rete a sacco a maglia stretta montata su un supporto di ferro composto da due semicerchi del diametro di due metri le cui estremità sono unite a squadra. L'attrezzo è trascinato sul fondo con una lunga corda da una barca a remi. Era una pesca lungo il litorale praticata dai vecchi o dai ragazzi.
  • Valanzone o guarracinaro
    un grosso coppo circolare di diametro variabile da uno a tre metri. Calato dalla barca a fondo o a mezz'acqua con al centro un retino colmo di esche, granchi e molluschi schiacciati, la 'mangianza'. Era usato dai vecchi per procurarsi 'o miezo sigario'. Questa tecnica di pesca è scomparsa.
  • Valanzole o valanzelle
    Retini circolari usati da sempre e in gran numero per la cattura dei gamberi di scoglio e dei granchi. Si pesca sia da terra che dalla barca, prevalentemente nelle ore notturne. un'attività praticata ancora oggi perché lucrosa.
  • Teli per aumiento
    Non è propriamente una pesca ma la cattura nel periodo della schiusa lungo la riva sbbiosa del mare e a pelo d'acqua dei "cecenielli" che, con l'ausilio di capaci tinozze, vengono trasferiti nei laghi.
  • Nasse
    Strumento di pesca molto antico usato da una categoria specializzata di pescatori, i "Nassaiuoli" o "Purpaiuoli". La nassa è costruita dal pescatore stesso cucendo insieme giunchi secchi intrecciati, rinforzati da lunghe strisce di canna e anelli circolari di lentisco o mirto, con alla sommità un tappo, il "coppetiello" e sotto una struttura interna conoidale che consente l'entrata ma non l'uscita. Legate ogni quattro passi (sei metri) a una corda di duecentocinquanta metri e in numero di quaranta pezzi, le nasse formano il "tuonolo", che ancorato alle due estremità da un "paragno" o "pedagno", pesca su un fondale di pietrisco o di scogli polpi e fauna stanziale. Esiste anche la "nassa a cefali", tecnicamente uguale alla precedente ma del diametro di un metro; pesca posizionata singolarmente. Solo qualche pescatore ricorda di aver sentito parlare in famiglia della "nassa ad aragoste", molto più grande della "nassa a cefali".
  • Langelle 
    Anforette di terracotta con un'unica ansa, alte un palmo, appesantite con piccole pietre bianche, legate ad un'unica fune e distanziate di quattro passi. In numero di trecento, venivano controllate quotidianamente ma salpate solo alla fine della stagione della pesca al polpo, in autunno inoltrato.
  • Langellone o mummarella
    Anfora panciuta senza manici alta due palmi; era posizionata singolarmente sul fondo fra gli scogli dopo essere stata tinteggiata di bianco all'esterno con della calce. Il polpo, in questo caso, era catturato calando la "polpara". L'uso delle langelle è terminato negli anno '60 del novecento; quello della mummarella gia negli anni '40
  • Cacatremmoli o filacciuni
    Dei due il primo è il nome più antico. Si tratta sempre di una pesca al polpo su fondale impervio, eseguita legando tre granchi a tre corte bracciole con un nodo scorsoio; una piccola pietra bianca funge da peso. Il pescatore fa saltellare sul fondo la lenza e recupera il polpo col coppo dopo aver lentamente salpato il filo. Questo tipo di pesca si effettua ancora.
  • Calamarella 
    Pesca dalla barca alla seppia e al calamaro effettuata con un piccolo fuso bianco su cui è montata una corona marginale di aculei piegati all'indietro che trattengono un piccolo pesce. Il pescatore cala la lenza e remando effettua caratteristici piccoli strappi per agganciare la preda.
  • Coffe 
    Lenze lunghissime (minimo cento metri) con ami montati ogni quattro braccia. Il filo principale si chiama in gergo ancora "filaccione", quello di sezione più sottile che porta l'amo "bracciola"; esiste "a coffa e' funnale" che pesca a fondo, in maggioranza gronchi, e !a' coffa a pesce ianco" che resta a mezz'acqua in orizzontale e può catturare prede di pregio (es. spigole, dentici, orate, saraghi, etc.). In ambedue i tipi c'è un "paragno", un peso a fondo e un segnale a galla, sia all'inizio che alla fine dell'attrezzo. Viene calato all'imbrunire dal "coffaiuolo" e salpato non prima di quattro ore, per cui la coffa pesca anche due volte in una sola notte. Si tratta di una tecnica di cattura antichissima ancora in uso, che si è evoluta industrialmente; infatti potenti battelli specializzati nella pesca al tonno e al pesce spada usano coffe lunghe chilometri sospese a galleggianti con bandiere di segnalazione.
  • Pesca'co a "seccia"
    Si effettua dalla barca nel periodo riproduttivo delle seppie, trascinando una femmina viva agganciata all'estremità posteriore. Il maschio è catturato col coppo.
  • Lenze a traino
    Oggi pesca sportiva d'altura, il traino è stato usato per più di due secoli dalle "paranzelle", per la cattura a pelo d'acqua delle spigole con esca viva.
  • Focone
    Fino alla diffusione della lampada ad acetilene, oggi alimentata da una bombola di gas propano o da una batteria, il pescatore notturno con la fiocina o "lanzaturo" era detto "o' focuner", perché rischiarava il mare e il fondale davanti alla prora con una brace di tronchetti di pino su una graticola montata fuori bordo. Oggi il "focone", sostituito dalla "lampara", è scomparso come pesca costiera professionale; permane d'inverno a titolo di hobby.
  • Raccolta dei frutti di mare
    La recente diffusione della sorbona montata su un robusto battello che permette di succhiare o dragare dal fondale sabbioso ogni tipo di bivalva, ha soppiantato di colpo le tecniche tradizionali di raccolta di tartufi, vongole, lupini, telline, fasolari, cannolicchi ... . Oggi questa tecnica è bandita perchè distruttiva. Fino agli anni Cinquanta la raccolta dei frutti di mare veniva fatta utilizzando un gozzo. L'imbarcazione era attrezzata con un piccolo argano traverso, mosso a mano da "mazzuoli" mobili e fornito di una grossa ancora fissa e due rastrelli legati a lunghe corde. Questa imbarcazione poteva raccogliere molluschi solo su basse secche sabbiose. Per operare a maggiore profondità sulle distese di posidonie, si usava un rastrello largo fino a due metri di apertura e con i denti a pettine di trenta centrimetri. L'attrezzo era manovrato ritmicamente dalla barca tirando il lungo manico di fissaggio. Una figura caratteristica della "pesca di raccolta" è quella del "tonninaiolo", arrancante lungo la battigia da Torregaveta a Licola Patria; ha rappresentato l'infimo proletario del mare in questo tipo di attività. La memoria dei pescatori intervistati conserva il ricordo di emarginati che raccoglievano ostriche, granchi felloni, di sabbia, di scoglio, verdi, granseole , attinie, (pepitole), ricci (angine), alghe verdi, carnummele, tartufi, vongole, lupini, telline (tunninele), fasolari, cannolicchi, cozze, mazzancolle, etc; pescatori tanto lodevoli quanto sfortunati in quanto privi di qualsiasi tipo di attrezzatura da pesca.
  •   Vurtulill 
  • reti fisse di uso esclusivamente lacustre o di palude, usate nel Lucrino, nell'Averno, a Maremorto o al lago Patria in prevalenza per la cattura delle anguille. Sbarrano il percorso del pesce costretto a deviare verso il largo e ad infilarsi in un lungo coppo circolare a camera chiusa. caratteristico l'impianto delle canne infisse nel fango, segno oramai piuttosto raro, della presenza del vurtulillo

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